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Viaggiare dentro di sé e fuori dal coro: si può fare?

Dove vorreste viaggiare?

Il vostro viaggio vi porterà in famose località di bellezze nazionali ed estere.

Viaggiare dentro di sé e fuori dal coro: si può fare?

Questo post è dedicato a un traguardo. Un traguardo raggiunto proprio nel 2017: da aprile, posso dire a gran voce di aver toccato tutti e cinque i continenti (non considero il 6°, l’Antartide, che è ancora al centro del dibattito geo-politico).

Ok, la vita non è una sfilza di traguardi e viaggiare non significa aggiungere puntine sulla cartina geografica. Ad ogni modo, sono particolarmente grata al Qatar, perché è grazie a “lui” che ho toccato questo mio personale record.

Lo skyline di Doha al tramonto

Lo skyline di Doha al tramonto

Nonostante questo, non posso dire di conoscere il mondo. Mi rendo conto, anzi, che più viaggio e meno conosco. Cosa significa andare in Australia o partire per Creta? Cosa apporta tutto questo alla mia vita?

Un’infinità di cose, tra cui – appunto – la consapevolezza di non sapere.

Siamo in un’epoca in cui viaggiare è alla portata, se non di tutti, di una buona fetta della popolazione, quantomeno occidentale. Non ci troviamo più ai tempi del Grand Tour, esperienza iniziatica per i giovani della nobiltà ottocentesca. Posso quindi dire che non siamo poi così coraggiosi nel momento in cui saliamo su un aereo?

Coraggio – o cultura: una parola oggi abbandonata – significa forzare le proprie idiosincrasie. Di solito, infatti, partiamo pieni di aspettative, pensando di saperne sempre qualcosa. Non è detto, però, che un paese – esattamente come una persona – sia quello che pensiamo. Possiamo persino amare e odiare un luogo, pieni di ambivalenze come nella nostra “normale” quotidianità.

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Il fatto di viaggiare non implica necessariamente apertura mentale: se non si possiedono quelle che gli insegnanti amano definire potenzialità, si tratta di un’attività come un’altra. Vedo sempre più persone fregiarsi di essere state alle Bermuda o di aver giocato con le scimmie in Thailandia. E vai di foto con i “bambini poveri” e con i fenicotteri, di fronte a un’aurora boreale o con maschera e boccaglio, con una stella marina in piena mano o accanto a una tartaruga partoriente.

Eppure, eppure… Dopo aver visto tutte queste fotografie, a me rimane spesso un senso di vuoto: sarà per i sorrisi stampati o la voglia di esibirsi, per il desiderio di generare invidia o per l’allegria contraffatta. E mi chiedo cosa significhi viaggiare, se non si è disposti prima di tutto a farlo dentro di sé.

Il giorno in cui vedrò un’espressione del viso differente, una fotografia fatta non per risultare “instagrammabile”, un itinerario scritto con il cuore e non per competere con le guide Marco Polo, ecco: quello sarà il giorno in cui penserò al viaggio come a un’esperienza di cambiamento.

Bouganville a Creta

Bouganville a Creta

Che poi il cambiamento, per risultare tale, dovrebbe avere effetti quanto più duraturi possibile sulla nostra vita quotidiana e, soprattutto, sui nostri circuiti neuronali. È un po’ come la differenza tra cultura e nozionismo: due persone votate all’una o all’altro, magari laureate entrambe, in cosa differiscono? Ecco, ponetevi la stessa domanda su chi viaggia e chi fa turismo bulimico travestito da grande esploratore.

Chiudo questo articolo con un’immagine, omaggio a Chris Cornell, compianto cantante dei Soundgarden. Da adolescente mi colpì moltissimo il video di Black Hole Sun, piena di volti fintamente sorridenti, che alla fine esplodevano insieme al sole (più o meno, dai). Ecco, un giorno arriverà la saturazione anche per l’ambito viaggio e, forse, ricominceremo da capo. Soprattutto da noi stessi.

Vi starete chiedendo: sì ma che c’entra tutto questo con il traguardo? La risposta è: non lo so nemmeno io. Sono riflessioni sparse, le mie, che non hanno la pretesta dell’oggettività ma l’umile obiettivo di trovare qualche mio simile e di condividere con chi mi legge quello che mi passa per la testa.

Del resto, è questo lo scopo di chi apre un blog. O trattasi, invece, di filantropia? Non credo…

Voi che ne pensate? Sono troppo dura?

Ma come si fa?

roberta

8 Comments

  • Roberta

    Non sei troppo dura. Ciascuno ha un modo diverso di intendere il viaggio, ma proprio per questo credo sia meglio vivere e lasciar vivere. Se io non torno cambiata da un viaggio significa che mi son semplicemente spostata da un posto a un altro e quindi qualcosa è andato storto. Se, però, ci sono persone che traggono soddisfazione nel chiudersi in un resort o nel viaggiare solo per fare invidia (gliene frega davvero a qualcuno!?) cosa tolgono al mio concetto di viaggio che può essere diverso dal loro?
    Invece sono completamente d’accordo sul fatto che più si viaggia e meno certezze si hanno: ed è proprio quello il bello :)

    26 maggio 2017 at 20:22
    • Roberta Isceri

      Ciao omonimina, io sul “vivi e lascia vivere” non sono molto d’accordo, se non nella pratica: non intervengo, cioè, nelle esistenze altrui. Ma come faremmo a scrivere se ciò che osserviamo non ci colpisse in qualche modo? Io traggo tanti spunti di riflessione non solo dai luoghi ma anche dai turisti, e mi piace scriverne, prima di tutto per riflettere sul mio modo di viaggiare. In effetti, non so se definire Italiaterapia un blog di viaggio vero e proprio, visto che ogni tanto amo buttarci in mezzo riflessioni a casaccio. Magari scriverò un libro con uno pseudonimo, prima o poi 😀 E comunque certezze 0. Questo sì che ci accomuna tutti. Un abbraccione

      26 maggio 2017 at 20:32
  • Agnese - I'll B right back

    Non credo tu sia dura, credo che tu abbia semplicemente espresso il tuo punto di vista sul viaggio e sui vari modi di viaggiare. Credo come te che ci siano tante persone che viaggiano per mettere bandierine sui mappamondi o per fare invidia, ma credo anche che ci sia chi viaggia perché non potrebbe fare altro, perché davvero sente il mondo intero come casa. Io ad esempio mi ritrovo un po’ in mezzo: mi piace visitare posti nuovi, mi piace poter dire di esserci stata, visito le attrazioni principali e a volte torno a casa molto cambiata, a volte un po’ meno, poi mi piace anche uscire dagli itinerari classici, mi piace sempre tutto anche se poi può capitare che rimanga delusa e non ho paura di dirlo…insomma, in questo caso davvero ognuno viaggia a suo modo. Mi sono chiesta tante volte se il mio modo di viaggiare sia “bello” e “giusto”, poi ho capito che non solo non è possibile determinarlo, ma anche che il mio modo di viaggiare cambia a ogni viaggio…e credo che alla fine sia così un po’ per tutti! Sul fatto di sapere sempre meno mano a mano che si viaggia, comunque, mi trovi al 100% d’accordo :)

    27 maggio 2017 at 7:57
    • Roberta Isceri

      Ah sì, io faccio sicuramente parte della seconda categoria che nomini: chi viaggia perché non può farne a meno :) Alle volte, però, mi ritrovo un po’ “insensibile” ed è allora che mi chiedo se quel viaggio, per me, sia “giusto” o meno. Per quanto mi riguarda, lo definisco sbagliato nel momento in cui non mi emoziona e non necessariamente per colpa del luogo ma forse perché sono partita in un momento particolare e con l’anima non pronta. In questi casi, mi spiace aggiungere un luogo al mio bagaglio perché la mia idea di viaggio è rivoluzionaria. Sia chiaro: non è possibile che ogni volta si rivoluzioni qualcosa dentro di noi ma, visto il nome del mio blog (che ormai si dovrebbe chiamare “mondoterapia”), io lo spero sempre… Comunque: quando l’allievo è pronto, il maestro compare. E talvolta il maestro può essere un libro, una rivista, un sogno. Un viaggio. Ciao Agnesina!

      27 maggio 2017 at 12:52
  • ester

    Come promesso…
    Mi sono piaciuti diversi punti di questa riflessione a partire dalla scelta delle parole, hai uno stile diretto che, personalmente, apprezzo.
    Il turismo bulimico è lo specchio di un modo di vivere e di concepire la relatività di ciò che è importante. Di nuovo, personalmente è una forma mentale che faccio proprio fatica a tollerare. Secondo me il problema è la superficialità in tutte le sue estensioni, non la scelta più o meno “banale” di un programma di viaggio o di un alloggio, alla fin fine chi possiede il metro di giudizio ‘giusto’? E mi piace pensare che ci sia abbastanza libertà da poter scegliere con entusiasmo quello che si sintonizza con il nostro essere, no?
    Io viaggio per rincorrere la libertà – come diceva il test psicologico che abbiamo condiviso su fb 😉 – perché i vincoli, dai più banali a quelli imprescindibili mi soffocano. Insomma, vado in cerca di ossigeno e scrivo, pubblico e condivido solo quello che mi va, Per questo non sono amante delle sponsorizzazioni, il blog è il mio spazio in cui lascio tutte le porte aperte!
    Quindi, viaggiare alla scoperta di nuovi luoghi m’incuriosisce anche se quello che vedo non mi piace, è un’esperienza che mi arricchisce di consapevolezza. Il viaggio di piacere, quello che già prima di partire mi fa sognare è un modo di dedicarmi a me stessa, una coccola… 😉
    Ma (e taglio corto con questo poema!) capisco che questa riflessione sia venuta da te. Per chi vive di blog è umanamente impossibile, come per tutto il resto del mondo che lavora, essere sempre soddisfatto o acritico.
    Ma quanto è bello viaggiare e vivere e conoscere? 😉
    Ciao Roberta!

    29 maggio 2017 at 17:58
    • Roberta Isceri

      Cara, tu sei una garanzia! 😀 Lo dico perché sei una delle poche che parlano di atmosfere e danno importanza a questo aspetto del viaggio. Io non credo che ci siano luoghi banali (mi verrebbe da dire, uno su tutti, Barcellona. In effetti, però, non è il luogo: sono i motivi e i modi spesso bulimici, appunto). Anche io, come te, rincorro la libertà… E viaggiare è una delle cose più belle del mondo, sempre se fatto con voglia di scoprire e intelligenza :) Un abbraccio!

      29 maggio 2017 at 21:42
  • Ester

    È ufficiale, hai trovato una tua simile 😉

    29 maggio 2017 at 22:36

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