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Racconti on the road. Storie di strada e di viaggio: sulla via di Damasco a bordo di un furgone giallo

Dove vorreste viaggiare?

Il vostro viaggio vi porterà in famose località di bellezze nazionali ed estere.

Racconti on the road. Storie di strada e di viaggio: sulla via di Damasco a bordo di un furgone giallo

Non ci avevo mai pensato prima ma ora, più che mai, si presenta l’urgenza di ricordare il mio racconto. Quello che mi ha fatto vincere il concorso indetto dall’Anas e che ho scritto tutto d’un fiato.

Oggi sono felicissima di trovarmi insieme a un manipolo di scrittori nel volume Racconti on the Road. Storie di Strada e di Viaggio.

Da qui, è nato tutto…

Dedicato alla A4, dove tutto ebbe inizio. Un’autostrada che mi avvicina e mi allontana dall’infanzia come una fisarmonica

Il giorno che io nacqui

Mano aperta con una piantina appena nata

Vita da contadini

Il giorno che io nacqui i miei genitori, complice un vento ululante novità, decisero di trasferirsi. Vivevano insieme da pochi mesi in seguito a una salvifica fuitina, ma non gli era ormai più possibile rimanere in un paese pieno di malelingue come il loro: oggi ridente cittadina pugliese, negli anni Settanta il loro era un borgo arretrato, i cui abitanti non vedevano di buon occhio una coppia che, non avendo i soldi per sposarsi, viveva di vita propria nella clandestinità.

Mio padre divenne padre a soli diciott’anni ma aveva già il volto scuro, sulla cui fronte il sole e i pensieri continui avevano scavato due profonde rughe orizzontali. Franco, così si chiamava, era un semplice contadino con la curiosità di un intellettuale. Si recava tutti i giorni dal paese alla campagna a bordo di una Fiat Uno di terza mano e durante il tragitto elaborava soluzioni su come rendere migliore la mia vita e quella di mia madre Crocifissa.

Percorreva le stradine assolate del Tarantino con lena e speranza, costeggiando ulivi dalle grosse radici che affondavano nella terra rossa. Terra di contrasti il sud. Ma la sua bellezza era invivibile e i miei genitori dovettero optare per la grigia provincia di Torino, dove uno zio li avrebbe ospitati per qualche anno, in cambio della loro manodopera.

Nacqui sotto l’auspicio del cambiamento…

… e della forza di volontà che diventa viaggio e trasformazione. Un destino migliore attendeva Franco e Crocifissa tra i vigneti del torinese, dove io crebbi attorniata dai figli di contadini urlanti e sempre arrabbiati.

Il mio nome vero è Giuseppa ma tutti mi hanno sempre chiamato Peppa. Così mi chiamavano gli uomini del nord, aggiungendo al mio nome un tono sarcastico, con il quale rimarcavano una provenienza, a loro dire, infelice; così mi chiamavano i miei genitori, con le loro due voci stanche ma squillanti.

Mentre Franco e Crocifissa raccoglievano i frutti del loro lavoro e piantavano vigneti, a seconda delle stagioni, io correvo là in mezzo i primi quattordici anni della mia vita, divertendomi ad assaggiare chicchi d’uva di nascosto e tirando le gonne alle giovani vendemmiatrici, più clementi delle anziane; queste ultime, infatti, si disponevano a muro davanti ai tralci quando mi vedevano passare dalle loro parti.

Ero troppo scura per loro

Avevo i capelli lunghi e ricci, la pelle quasi da marocchina e un lieve accenno di baffi. Mi dicevano sempre che ero brutta, eppure di quel periodo ricordo ancora l’agro ma piacevole profumo del mosto e due genitori affaticati ma felici, liberi di non dover rendere conto alle malelingue paesane.

Il giorno del mio quattordicesimo compleanno, il mio prozio morì. Fu un giorno felice per Franco e Crocifissa, non perché odiassero zio Carmelo (nonostante fosse uno sfruttatore) ma perché, con loro immensa sorpresa, gli lasciò una cospicua eredità, in assenza di altri parenti da arricchire. Mia madre pianse a dirotto, mentre mio padre non profferì parola, attonito com’era. Due pranzi, due cene, due notti interminabili, durante i quali la sua fertile mente deve aver macinato pensieri a non finire.

Quarantotto ore dopo, al canto del gallo, io e mia madre, ancora assopite sulla paglia del fienile che il mio prozio aveva destinato a stanza da letto per noi e i suoi animali, sentimmo un rombo quasi assordante: era Franco, a bordo di un grande furgone che decise sarebbe diventato la nostra casa itinerante. All’epoca frequentavo la seconda media e mia madre non voleva che interrompessi gli studi, ma mio padre aveva una luce accecante negli occhi. Disse che mi sarei presto ammalata in quell’aria, a suo dire malsana, e che l’istruzione poteva attendere, almeno quella istituzionale.

Litigi, urla, risate

Volkswagen giallo

Volkswagen giallo

Di quel giorno ricordo litigi, urla, risate e chiazze di giallo che, dai pennelli dei miei genitori ormai pacificati, si depositavano disordinatamente sulla carrozzeria bianca di quel primitivo camper. Avevamo soldi in abbondanza per girare l’Europa e gli occhi invidiosi dei contadini incollati sui nostri abiti sgualciti; ma eravamo troppo entusiasti per badare ai sentimenti di coloro che, pur nella nostra stessa condizione, ci avevano sempre trattati come esseri di una razza diversa.

Quella notte Franco e Crocifissa si misero davanti alla griglia scafessa con cui cucinavano anguilla quasi tutte le sere e decisero l’itinerario: avremmo attraversato l’Europa dell’Est fino alla Siria, per poi tornare dalla Grecia fino alla nostra Puglia dove, a quel punto, avremmo deciso cosa fare di quei soldi. Allora non capii perché mio padre non avesse optato per un veicolo più moderno, ma mi sarebbe stato tutto più chiaro negli anni a venire.

La mattina dopo ci piazzammo ai nostri posti: Franco alla guida, mia mamma accanto a lui e io dietro, su un lettino retto da catene, che si ergeva sulle pareti interne dell’abitacolo, ballonzolando a ogni curva. Era il 1992. Franco aveva trentadue anni e Crocifissa trenta.

Partire 

Partimmo come zingari alla volta di terre sconosciute, desiderosi di incontrare persone, vedere paesaggi sconfinati e placare la sete di conoscenza di mio padre. Era luglio e faceva un caldo insopportabile. Complice una misera mappa recuperata chissà dove, Franco pilotò verso est quella che a me sembrava un’astronave.

Il letto dondolava sull’autostrada A4 appena imboccata, mia mamma rideva e mio padre cantava come un pazzo, quasi logorandosi le corde vocali. Io mi tappai le orecchie, perché volevo immaginare in santa pace i posti in cui ci saremmo fermati. Capelli neri al vento, Franco mi urlava di guardare il paesaggio, anche se in un primo momento si trattava di osservare ancora vigneti e risaie che si allontanavano dal nostro orizzonte. Capelli ricci di un rosso fulgido, legati con uno spago arancione, mia madre gli gridava di lasciarmi in pace e io mi godevo quegli alterchi felici, malamente travestiti da litigi.

Le ruote giravano con costanza sull’asfalto e noi arrivammo presto in Lombardia, stupendoci di una pianura che non lasciava scampo all’immaginazione. Si vedeva lontano, però! Alti campanili svettavano sui mattoni di cotto di cascine isolate ai bordi della strada e, in fondo, si vedevano di nuovo le Alpi, come fossero a un passo da noi.

Montagne magnifiche

Cartello One Way

On the road

Io fantasticavo di salire su quelle magnifiche montagne e mi chiedevo se, una volta arrivata in cima, la punta non mi avrebbe costretta a girare come una ballerina per rimanere in equilibrio. Pensavo che sarebbe stato doloroso, come conficcarsi un grosso spillo nella pelle. Ne parlai con Franco il quale, profilo greco da pugile, scoppiò in una risata che umiliò le mie domande adolescenziali.

Ci fermammo in una stazione di servizio per mangiare i panini preparati da mia madre qualche ora prima. Assaporai il prosciutto, un sapore sconosciuto per me, che fino a quel momento avevo mangiato solo minestroni di verdura, anguille e tanta uva. Il fattore riservava altri sapori solo per sé, la sua famiglia e qualche lavoratore privilegiato; quanto a mio zio, aveva abitudini alimentari piuttosto monotone e, come detto, non era così generoso.

Bevemmo e mangiammo con ingordigia: quei panini furono, per me, ciò che per altri sono il caviale o l’aragosta. Anche se a bordo di un trabiccolo e con al seguito una piccola parte dei soldi dell’eredità, per la prima volta mi sentii ricca, di una ricchezza che traspariva dai volti illuminati dei miei genitori.

Verso la Jugoslavia

Risalimmo a bordo con le pance piene e ci dirigemmo, sole in fronte, verso la Jugoslavia. All’epoca c’era la guerra civile, ma Franco voleva assolutamente arrivare in Siria, perché qualche mese prima aveva visto le immagini su qualche rivista di viaggi, trovata in mezzo alle tante scartoffie dello zio. Ci rassicurò sul fatto che avremmo aggirato la guerra attraversando Ungheria, Romania e Bulgaria e toccando solo poche città calde.

Nonostante avesse la quinta elementare, Franco era un uomo molto istruito. Non appena ne aveva la possibilità, sfogliava libri e giornali, dai quali trasse gran parte della cultura che lo accompagnò per tutta la vita. Lo zio ci impediva di guardare la televisione insieme a lui ma quando usciva per fare delle compere, riuscivamo a guardare un paio di spezzoni di un programma qualunque, sedendoci sul divano di pelle, che Crocifissa si premurava di pulire subito dopo, tanto eravamo sporchi e sudati.

Ricordando gli antefatti di quel viaggio in divenire, mi assopii per mezzora e sognai di lambire appena l’acqua del mare, direttamente dal mio lettino incatenato. Non avevo mai visto il mare. Mi svegliai al confine con la Slovenia.

Intorno a me…

Strada quadrata

… ponti di cemento e macchine che si dirigevano a passo d’uomo verso la dogana. Ebbi paura: vedevo la polizia che metteva le mani addosso alle persone e scrutava all’interno di portabagagli pieni di valige e cibi di ogni tipo. Azioni che, all’epoca, mi sembrarono irrispettose, quasi violente per una ragazzina che aveva vissuto solo di campagna e abitudini, richiamando quella sensazione di clandestinità che mi aveva seguito per i pochi anni di vita che ancora avevo alle spalle.

Al nostro turno, il poliziotto chiese a Franco se avesse qualcosa da dichiarare e, di fronte alla sua riposta negativa, ci fece passare come nulla fosse. Nessuna indagine, niente sguardi torvi, solo un uomo stanco e più benevolo degli altri. Oltrepassata la dogana, mi lasciai scappare un urlo di piacere. Toccare un suolo straniero mi parve un lusso proibito. Mi sentii adulta mentre, tra me e me, ripetevo “sono in Slovenia! Sono in Slovenia!”. Il paesaggio era alquanto desolante ma tutto cominciava già ad avere contorni diversi, dai visi alle targhe.

L’eccitazione, quella sera, quasi mi impedii di dormire. Davanti a me si schiudevano immagini da Mille e una Notte: pensavo che, una volta arrivati in Siria, saremmo stati accolti da sultani in palazzi meravigliosi, di cui avevo sentito narrare dalle contadine di Carema.

Arriveremo in Siria?

Mi addormentai ma intorno alle cinque del mattino mi svegliai di soprassalto, pensando alla mia bruttezza e all’impossibilità di essere ammessa a corte. Eppure a me mamma e papà sembravano belli, nonostante le critiche di una vita intera. Rimasi inquieta per tutto il giorno successivo e quando mi decisi a confidare il perché di quell’aria abbacchiata, papà virò violentemente la sua felice carovana verso una piazzola di sosta, dove mi intimò di non ripetere mai più cose del genere.

Proseguimmo sulla Cesta 9, costeggiata da campi di un verde monotono, punteggiati a loro volta da piccole case coi tetti a spiovente. Il fascino del viaggio si mescolava irrimediabilmente alla malinconia di quei posti, regalandomi sensazioni nuove. Mentre Franco e Crocifissa parlavano, io me ne stavo sui sedili posteriori di un arancione ormai vintage, osservando il paesaggio alla mia destra.

Passarono i giorni e ai momenti di eccitazione seguiva spesso la noia; guardavo i campi susseguirsi in un’alternanza di prati verde scuro e verde chiaro, di mucche grigie e pecore bianche. Alle volte non muovevo nemmeno gli occhi, lasciando che le pupille seguissero spontaneamente lo scorrere della strada. Quando la noia diventava insopportabile, mi mettevo a contare i guardrail o a salutare le persone che ci sfrecciavano accanto con le loro macchine d’importazione italiana. Qualche volta scendevamo per scaricare le acque sporche del furgone, per mangiare o sgranchirci le gambe.

Al confine con l’Ungheria

La mia uggia venne interrotta, una mattina, da alcune urla che si incunearono nel mio sonno rimbombando come metalli caduti dall’alto: mio padre stava litigando con un tizio della dogana. Eravamo al confine con Ungheria ma l’uomo non voleva farci passare perché sprovvisti, a suo dire, di un documento importante. Alto, robusto e con due baffi da sparviero, il poliziotto scuoteva la testa lanciando urla in una lingua a metà tra l’italiano e l’ungherese.

Io e mia madre guardammo la scena impotenti, mentre uno sciame di bambini scalzi e malvestiti ci corse incontro gridando: “Agua! Nivea! Karrammele!”. In mezzo a loro c’era una bambina che mi assomigliava molto. Nonostante l’afa, indossava un maglione pesante e aveva sul viso alcune chiazze bianche, che contrastavano con il resto della pelle.

Se ci penso, quello fu un viaggio pieno di risonanze dalle infinite sfumature. Ancora non sapevo quali e quanti avventure stavano aspettandomi al di là dei molti confini, fisici e non, che superammo.

Il lago Balaton

Spiaggia sul lago Balaton

Lago Balaton

photo credit: Guido Andolfato Il lago Balaton via photopin (license)

Crocifissa svuotò nelle mani dei piccoli nomadi il suo scarno necessaire e l’altrettanto scarno frigorifero di cui il furgone era dotato. Non avevamo ancora finito di distribuire viveri e sapone che mio padre saliva già a bordo, ingagliardito ma frettoloso. Aveva corrotto la guardia con le cinquemila lire dell’epoca, poiché le urla dell’uomo altro non erano che una richiesta in codice.

Mia madre e io tornammo in posizione e il nostro trabiccolo si avviò contento in mezzo a un paesaggio desertico. Erano le sette del mattino e l’asfalto già fumava sotto le quattro ruote del nostro Volkswagen. Costeggiammo Siofok e il lago Balaton, attraversando paesi dimenticati da Dio.

Era la prima volta che vedevo una distesa d’acqua così ampia e a mia madre non occorsero molte parole per convincere Franco a fare una piccola sosta in riva a quella sorta di grande pozza, di una bellezza tetra ma affascinante. Immersi i piedi nel fondo melmoso, godendomi lo spettacolo di alcuni bambini che si lanciavano da un trampolino. Passammo alcune ore in quel clima vacanziero, concedendoci un pranzo all’interno di una palafitta adibita a ristorante, dove mangiammo del gulash bollente.

Budapest

Ponte di Budapest

photo credit: tankgirlrs via photopin (license)

La sera arrivammo a Budapest e passammo due giorni visitando il Ponte delle Catene, il Palazzo Reale e il Bastione dei Pescatori. Tutti e tre eravamo come drogati di fronte al turbinio delle luci di una capitale e provammo lo smarrimento e la gioia intensa di chi è appena uscito di galera; ma mi chiedevo spesso se il nostro futuro sarebbe stato roseo come in quel momento.

Ripartimmo a malincuore, anche se sazi della bellezza sontuosa di quella città, in direzione di Bucarest. In un lasso di tempo che oggi non so quantificare, attraversammo la Transilvania, percorrendo chilometri di curve affiancate da colline e castelli di cui avevo letto a scuola. Una nebbiolina estiva faceva da sfondo a un paesaggio che mi ricordava a tratti quello della mia infanzia.

Le strade erano strette e le macchine rade. Non so nemmeno se all’epoca, in Romania, esistessero autostrade o superstrade, perché di quel Paese ricordo solo i volti malinconici di chi sapeva di non poter fuggire da una situazione politica alleggerita di poco dalla recente morte di Ceaușescu.

Bucarest

Arco di trionfo Bucarest

photo credit: Catalina Gracia Saavedra Arc de Triomf.Bucarest via photopin (license)

Qualche giorno dopo fummo nella capitale, dove grossi fili elettrici sovrastavano le nostre teste un po’ guardinghe a causa dell’atmosfera poco rassicurante. Tutto era estraneo e, allo stesso tempo, terribilmente familiare e noi non avevamo paura; anzi, speravamo di incontrare qualcuno con cui comunicare, anche a gesti. Ma i rumeni di inizio anni Novanta erano diffidenti.

Ci trovammo a scambiare solo poche parole in un italiano stentato con un ingegnere che ci chiese un passaggio in Italia. Si chiamava Juan e mio padre decise di portarlo con noi. Senonché, arrivati al confine con la Bulgaria, l’uomo decise di darsela a gambe per paura di tornare in galera, dove aveva passato gli ultimi sei mesi a causa delle proteste cui aveva preso parte.

Percorremmo i primi centro chilometri del nuovo stato con il magone ma cercammo di proseguire quel viaggio nel migliore dei modi possibili, anche se cominciavo a capire che in questo mondo non esistono posti felici ma solo luoghi in cui la gente combatte estenuanti battaglie quotidiane. A consolare l’umanità, la natura, la musica incontrata ovunque e le strade da percorrere in cerca di un briciolo di felicità.

La Bulgaria

Tempio Fede, Speranza e Carità Sofia

photo credit: Oleg Dubyna The temple in honor of the Great Faith, Hope and Charity and their mother Sophia via photopin (license)

I giorni a seguire li ricordo ancora come un dondolio consolante e continuo in mezzo a sentieri sterrati e a strade larghe e piene di sterpaglia sbiadita dal sole. Il colore predominante era il grigio, il grigio del suolo e quello di una vegetazione abbandonata a se stessa. Ma, all’orizzonte, cupole di ascendenza araba e uccelli migratori rendevano struggente quel paesaggio, che sembrava chiedere pietà ai suoi abitanti.

Se ripenso a Sofia, ricordo solo vie strette e casupole ammassate, donne col capo coperto e uomini stanchi, quelli di una Bulgaria che stentava ancora ad emergere. E ancora quel senso di familiarità che mi inseguiva ormai da settimane.

A un tratto, non so come, la strada scomparve. La bellezza di Istanbul ha offuscato i ricordi di quell’ultimo tragitto. Fu chiaro da subito che arrivammo in un altro mondo. Era notte e il nostro Volkswagen giallo correva per le strade buie della Turchia.

Istanbul!

Santa Sofia Istanbul

photo credit: Arian Zwegers Istanbul, Aya Sofya via photopin (license)

Non c’erano luci a illuminare il percorso, se non quelle dei fari dei mille taxi che ci sorpassavano a velocità pazze. Non si vedeva nulla se non, in lontananza, la cupola di Santa Sofia. Ai lati della strada, i sacchi dell’immondizia, lanciati da balconi color pastello, non riuscivano a nascondere la bellezza di una città in movimento come noi.

Vidi il mare per la prima volta alle due di notte. Appoggiai il viso contro il vetro del finestrino, coprendolo ai lati con le mani, perché i riflessi non impedissero la visione del Bosforo. Scorsi barche dalle strane forme e ordinai a Franco di andare più veloce.

Arrivammo in un parcheggio puzzolente, dove avremmo trascorso la notte. C’erano cumuli di sacchi neri e bracieri su cui uomini baffuti cuocevano le pannocchie, proprio come in Piemonte; in mezzo, alcuni furgoni vendevano panini con carne di montone e cetrioli; e i bambini correvano ovunque, zigzagando tra l’uno e l’altro. Il nostro camper giallo spiccava tra i camioncini dei commercianti, luccicando nonostante la le ammaccature: sembrava appartenere a quel luogo da sempre.

Sul Bosforo…

Il Bosforo

photo credit: mpilaretxebarria estambul bosforo via photopin (license)

Il mare gridava da dietro un cassonetto. Mano nella mano, sudati e con ai piedi delle ciabattine consunte, io, Franco e Crocifissa ci buttammo in quell’acqua sporca e piena di gioia. Provai un turbinio di emozioni che difficilmente potrei descrivere, perché appartengono a quei giorni ormai lontani.

Visitammo la Turchia in lungo e in largo. Ero felice e giocai per settimane con i nomadi degli accampamenti curdi e con ragazzini evoluti delle città. Non ero più la bambina dai capelli crespi e i baffetti imbarazzanti.

A piedi nudi correvo corse diverse, sentendo di appartenere a un qualcosa che mi stava trasformando dal profondo. Parlavamo tante lingue, io e i bambini che incontrai ai piedi dei minareti e in riva alle spiagge bianche di uno stato non ancora invaso dal turismo di massa di questi ultimi anni. Franco e Crocifissa sembravano ergersi come statue in quei paesaggi così larghi, proteggendomi da lontano.

Tornare indietro non si può

All’ennesima dogana non ci permisero di entrare in Siria, in quanto le ultime turbolenze si stavano trasformando in improvvisi attacchi ai turisti. Ci incamminammo mestamente verso la Grecia, pronti a tornare in un’Italia cui pensavamo con sospetto. In Grecia furono settimane di bagni, di pellicani, conoscenze fortuite e vento, lo stesso che mi ha fatto nascere.

Erano passati due mesi ormai. Franco aveva gli occhi neri e grandi, Crocifissa i capelli liberi, senza spaghi o fazzoletti e io mi vidi bella nello specchio del traghetto diretto a Brindisi. Ero scura come greci, turchi e rumeni e qualcuno, in quel lungo viaggio di liberazione, aveva persino azzardato qualche complimento.

Fummo nel porto, in mezzo a volti ruvidi e vocii familiari. Mio padre imboccò la strada per il suo paese d’origine. Una volta arrivati, ci fermammo davanti alla porta di quei parenti che troppo a lungo ci avevano ghettizzati, ma mia madre gli impedì di bussare e, in definitiva, di fermarsi.

Sulla strada

La nostra casa era la strada ormai, e i soldi sarebbero serviti per tante di quelle cause che non ci chiedemmo più nulla. Ci dirigemmo a Carema, per prendere il resto dell’eredità. Percorremmo la Basentana fino a Metaponto e, una volta in autostrada, superammo Bari, Foggia, Pescara e poi Bologna, Modena e Milano, osservando quei paesaggi che cambiavano a ogni chilometro. La nostra bellissima Italia.

Arrivati a destinazione, Franco entrò in banca senza sapere di essere capitato nel mezzo di una rapina. Morì dieci minuti dopo il secondo sparo, prima che arrivasse l’ambulanza. Mia madre lo seguì un anno dopo,lasciandomi sola all’età di quindici anni. Da allora sono passati vent’anni e l’unico modo che ho per rendere onore ai miei genitori è quello di proseguire il loro viaggio iniziatico.

Un anno fa ho comprato un Volkswagen bianco di seconda mano e l’ho dipinto di rosso. Non mi mancavano i soldi per comprare un camper più moderno ma non mi avrebbe dato le stesse sensazioni.

Oggi sono in viaggio insieme a Franchino, figlio mio e del vento. Abbiamo lasciato da un mese Milano, dove io mi trasferii poco dopo la morte di Crocifissa. Guido alla volta di Damasco, in cerca di radici e compagni d’avventura.

Franchino ha sette anni, il profilo greco, i capelli ricci di un rosso fulgido.

E la pelle scura.

roberta

4 Comments

  • Marco

    Bellissimo. Leggero, scorrevole, avvincente. Brava.

    2 agosto 2017 at 16:24
    • Roberta Isceri

      Ti ringrazio, anche per averlo finito 🙂 Sai com’è nel web: oltre le 10 righe…

      3 agosto 2017 at 10:17
  • Bruna Athena

    Ecco, adesso voglio un camper e partire. Disgraziata 😛
    Sei una scrittrice molto raffinata, mi complimento!

    3 agosto 2017 at 11:34
    • Roberta Isceri

      Detto da te, è un gran complimento 🙂 Grazie Bru’!

      3 agosto 2017 at 11:40

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