Condividi questo articolo
La versione di Sa

Credi di averlo trovato. Ti fermi davanti a un ingresso in via di Sant’Ambrogio, nel Ghetto. Sul citofono i nomi però troppo sbiaditi, suoni prima a uno poi a un altro. Scusi abitava qui la signora Laurina? La voce dall’altra parte ti dice che non la conosce, ma intanto ha già aperto il portone. Ti affacci, ti resta la maniglia interna in mano e veloce la ricomponi, fai per salire le scale, fai appena in tempo a leggere dei nomi sulla buca della posta (forse Laura? ma tanto non può essere lei!), poi indietreggi e ritorni fuori. La porta ora è chiusa davanti, e tu ti senti un po’ ladro. Di una storia. Di vite a te molto lontane.

Sono passati settant’anni da quello che fu il cosiddetto “rastrellamento”, una vera e propria operazione di raccolta come vuole il termine, però con fucili e forza anziché col rastrello. Cammini per quelle vie e fermi immagini. Per guida hai “16 ottobre 1943” il saggio-racconto composto tramite testimonianze dirette da Giacomo Debenedetti appena un anno dopo.
Provi a immaginare i confini dei muri che per tre secoli, dal 1555 al 1847 entrambe per decisione papale, hanno isolato il Ghetto dal resto della città e costretto la popolazione ebrea a vivere reclusa e da indigente. Ma con lo smantellamento e la ricostruzione dopo l’unificazione d’Italia e in particolare sotto il fascismo, della pianta originaria cosa è rimasto? 
La Fontana opera di Giacomo della Porta prima in Piazza Giudia (scomparsa in seguito ai lavori di primo ‘900), poi spostata di un centinaio di metri in quella che è diventata Piazza delle cinque Scole (la piazza che deve il suo nome all’edificio che raccoglieva cinque scuole poi abbattuto sempre nei primi del ‘900 dopo la costruzione del nuovo Tempio ebraico, l’attuale Sinagoga il cui profilo è riconoscibile nello sfondo della foto)
Ritorni sul tuo percorso e t’accorgi che in questo itinerario della memoria non sei il solo. Tralasci per questa volta le riflessioni dell’autore che aiutano a dare una visione più profonda di quanto successo, rileggi stralci della fredda cronaca di quella notte…
“Gli ebrei dormivano nei loro letti verso la mezzanotte di venerdì 15 ottobre, allorché nelle strade cominciarono a udirsi schioppettate e detonazioni […] di rado giungevano così vicini, e mai così insistenti. […] Nelle case ormai tutti sono in piedi” 
Le finestre alte e strette su via della Reginella oggi, viste come quando si alza lo sguardo

“Ma quelli giù sparano sempre e urlano da due ore, da tre ore, da più di tre ore. […] Verso le 4 del mattino la sparatoria si placò. […] Pare che il primo allarme l’abbia dato una donna di nome Letizia, che il vicinato chiama Letizia l’Occhialona […] – O Dio, i mammoni!- , in gergo giudio-romanesco significa gli sbirri.”

Scorcio della frequentatissima via del Portico d’Ottavia, come è oggi

“Il proprietario di un piccolo caffè del portico di Ottavia – un “ariano” che, dalla posizione privilegiata del suo locale ha potuto assistere a tutto lo svolgersi delle operazioni – era giunto poco prima da Testaccio, dove abitava. Transitando per Monte Savello e per il Portico, non aveva notato nulla di anormale. […] Dice che i passi cadenzati lui cominciò a sentirli verso le 5 e mezzo”

L’incrocio oggi tra via di Monte Savello e via del Portico di Ottavia
“Entriamo ora in una casa di via S. Ambrogio, nel Ghetto. Potremmo seguire la razzia in tutte le sue fasi. Verso le 5 (ora psicologica), la signora Laurina S. viene chiamata dalla strada.
Via di S. Ambrogio oggi, particolarmente stretta e decadente nonostante il ristorante all’angolo con via del Portico d’Ottavia

È una nipote che le grida: – Zia, zia, scendi! I tedeschi portano via tutti! -. Questa ragazza qualche momento prima, uscendo di casa in via della Reginella, aveva veduto portare via una intera famiglia con sei bambini”

Via della Reginella oggi, strada pedonale e di locali con ricercate esposizioni e vendita prodotti

“Le file vengono spinte verso la goffa palazzina delle Antichità e delle Belle Arti, che sorge al gomito del Portico di Ottavia di fronte alla via Catalana, tra la chiesa di Sant’Angelo e il Teatro Marcello. 


Il luogo in cui venivano spinte le fila degli ebrei, oggi “Largo 16 ottobre 1943”

Ai piedi della palazzina si stende una breve area di scavi, ingombra di ruderi, qualche metro più bassa che la strada. Entro questa fossa venivano raccolti gli ebrei, e messi in riga ad aspettare il ritorno di tre o quattro camion, che facevano la spola tra il Ghetto e il luogo dove era stabilita la prima tappa”


Gli scavi tra Portico d’Ottavia e Teatro Marcello, oggi preziosa meta turistica

“Un’altra donna si credeva ormai in salvo: le avevano portato via il marito, male nascostosi nel cassone dell’acqua; lei con i quattro bambini, di cui due ammalati di difterite con febbre altissima, stava fuggendo ed era già arrivata a Ponte Garibaldi.

Ponte Garibaldi oggi, visto dall’argine su Lungontevere Cenci

Vede passare un camion carico di parenti, caccia un urlo. I tedeschi le volano addosso, la agguantano lei e i figli. Un ‘ariano’, interviene e riesce a salvare una delle bambine, protestando che è sua. Ma quella si mette a piangere che vuole stare con mamma, e viene rastrellata anche lei”.

Veduta da Ponte Garibaldi: sull’argine sinistro la cupola della Sinagoga del Ghetto; al centro l’isola Tiberina con l’inconfondibile forma di nave; sull’argine destro il popolare rione di Trastevere



“La razzia si protrasse fino verso le 13”



[Fine della parte 1] …continua…
 

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Italia Terapia