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Appia Antica: di lastra in lastra, cammino rapida e con attenzione lungo una via che sembra essere un viale – tanto è ricercata la sua bellezza e retto il percorso – di cui non vedo però la fine. Oltre alle numerosissime testimonianze e ai monumenti che raccontano la storia di Roma dal periodo repubblicano a quello imperiale, ai bordi c’è la natura. Cipressi, pini e altri alberi secolari, cespugli, erbe piccole e infestanti come la rughetta selvatica e la mentuccia. Guardo e annuso. 

È questa l’Appia Antica, la strada romana costruita nel quarto secolo a. C. per collegare Roma a Brindisi, il più importante porto verso la Grecia e l’Oriente nel mondo dell’antica Roma. Per questo chiamata la Regina viarum, la regina delle strade. Alle spalle lascio la tomba di Cecilia Metella del primo secolo a.c. con l’adiacente Castello Caetani e le rovine della chiesa di San Nicola dal caratteristico gotico cistercense entrambi del 1300. Percorro un brevissimo tratto, il miglio che va dal terzo al quarto, un chilometro e mezzo circa. Sulle pietre piatte che compongono la pavimentazione stradale, la summa crusta, ridisposte in maniera arbitraria per via dei rifacimenti, sono ancora riconoscibili i solchi lasciati dai carri nei secoli.

Durante questa rapida sgambata tardo pomeridiana, oltre che ciclisti e turisti, incontro: un uomo in mimetica, a piedi con zaino in spalla e cellulare al viso che immagino raggiunga la vicina zona militare; un fuoristrada, i cui passeggeri suppongo anglosassoni per la fisionomia; una macchina dalla non indifferente cilindrata guidata da una bionda che compagni fortuiti mi dicono abbiano più volte visto in tv ma di cui nessuno sa riferire il nome; qualche smart immagino diretta a una delle ville private che qui hanno sede. Mi ritrovo dentro il parco che prende il nome da questa via, l’area protetta di 3.400 ettari istituita nel 1988 dalla Regione Lazio che dalle Mura Aureliane si spinge a sud dell’Urbe per 16 chilometri di Appia Antica, oltre il raccordo anulare, fino a Frattocchie verso il lago Albano. 

Pavimenti dell'Appia Antica

Sull’Appia Antica, ogni 5 metri lungo il bordo tra strada e marciapiede ci sono i “gonfi”, pietre più grosse che servivano per segnalare la distanza e ai cavalieri per salire sul cavallo. Foto di Sara Aguzzoni

Anche l’Appia Antica si sviluppò secondo l’enfasi romana di costruire strade rette. Serviva per scopi militari, politici e commerciali e contribuiva alla crescita dell’impero. Costruita secondo concetti moderni, larga anche fino a sei o sette metri, così che si potessero incrociare due carri, ai lati vi erano dei marciapiedi lastricati.  Usatissima dai romani, poi abbandonata e riscoperta in periodo rinascimentale, anche questa strada fu pensata per durare a lungo

Supero il grande Mausoleo della Torre di Capo di Bove, arrivo fino al pilastro noto come Tomba di Seneca, il famoso filoso che qui aveva la dimora e che qui ricevette da Nerone l’ordine di suicidarsi. Prima di riprendere a ritroso il cammino, chiudo mentalmente gli occhi e provo a saltare indietro di duemila anni. Sarei stata tra coloro che viaggiavano a piedi muovendosi lungo la via per tratti più o meno brevi? O forse avrei raggiunto Brindisi per imbarcarmi verso l’Oriente dopo avere acquistato l’itinerario della via Appia? Avrei mangiato alle tabernae, e usufruito delle poste per ritirare e lasciare la posta, cambiare cavalli e… cavalieri? 

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