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La versione di Roby

È sabato mattina e sei dai tuoi genitori, che vivono tra Montepulciano e Pienza, in provincia di Siena.
Nonostante abbia vissuto lì la tua adolescenza (pur essendo nata in Salento e cresciuta in provincia di Bergamo; ma questa è un’altra storia) e nonostante torni in Toscana ogni due–tre settimane, ti rendi conto di non aver mai percorso certe strade, magari anche a portata di mano. Come Via di San Bartolomeo, per esempio.
 
 
Con piglio deciso prendi la macchina (i tuoi vivono in piena campagna), direzione Hotel San Biagio, Montepulciano, perché è da lì che si diparte il bucolico percorso per Monticchiello.
L’idea te la dà tua mamma, perché una sua coraggiosa amica (così ti racconta) si fa quei sei chilometri a piedi ogni mattina.
Tu non hai intenzione di percorrerli tutti (per quella mancanza di allenamento di cui ho parlato qui) ma giusto una parte, tanto per smaltire le abbuffate dei giorni precedenti.
Sono le 10 di uno di quei mattini soleggiati e frizzanti che solo settembre sa regalare, come a consolarti per la fine delle vacanze.
Lasci in macchina Ipad e diavolerie varie e ti incammini in compagnia, certo non per i pericoli, pressoché inesistenti se si esclude la presenza di qualche Maremmano molesto. Come accorgersene preventivamente? Semplice: se senti uno scampanellio in lontananza, significa che ti stai avvicinando a delle simpatiche pecorelle ma anche a questi grandi cani, che con il loro manto bianco si confondo all’interno del gregge.
Per ogni (rara) evenienza, puoi sempre portarti dietro un bastone, anche se io non l’ho fatto: in mano avevo solo una bottiglia d’acqua mezza vuota e una mela, e Maremmani non ne ho incontrati. Ad ogni modo, la bellezza del paesaggio ti distrae da qualunque paura.
Stai percorrendo il tragitto parallelo alla Strada per Pienza, a detta di molti (e a ragion veduta) una delle più poetiche del mondo.
Inizialmente fatichi un po’, perché la via è in leggera salita. I muscoli intorpiditi delle gambe ringraziano. E mentre sulla tua sinistra puoi osservare grandi distese di campi arati e assolutamente inaccessibili, alla tua destra scorgi filari di vigneti in mezzo ai quali sono già spuntati grappoli di uva nera che, anche se si trovano in Val di Chiana, serviranno alla produzione di vino Chianti.
 
 
Ma la bellezza di questo cammino consiste soprattutto negli innumerevoli suoni che, abitando in città da oltre dieci anni, non sei più abituato a distinguere. Se aguzzi un po’ le orecchie, ti trovi ad assistere a un vero e proprio concerto della natura e noti che ogni elemento è uno strumento a sé. Basta solo soffermarsi ed ecco che senti il fruscio dell’erba, che si unisce al frinire di insetti cui non sai dare un nome, che si sovrappone al rumore dei trattori lontani, che coprono a malapena lo scricchiolio dei rami mossi dal vento.
Ogni cosa parla e, senza cedere alla tentazione di una facile retorica o di afflati poetici improvvisi (ma poi, perché no?), sembra che sia solo in attesa di essere ascoltata. Sì, stare in mezzo alla natura è decisamente terapeutico. Perché tutto, dalle coccinelle all’ albero che solitario campeggia proprio in mezzo a un campo, si esprime facilmente senza le troppe parole che impieghiamo noi, animali dotati di quel congegno che chiamiamo Ragione.
 
 
Hai già percorso tre chilometri, quando capisci che è quasi ora di pranzo e che ti aspetta altrettanta strada prima di sederti comodamente a tavola. In più, davanti a te inizia un salitone che vuoi fare a meno di percorrere e così, un po’ arrabbiato per non aver portato a termine il compito, ti appresti a tornare indietro, col sole e il brontolio dello stomaco che si fanno sempre più insistenti.
 
rob.isceri@gmail.com

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