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La versione di Sa
O lo ami o lo temi” ti dicevano, e tu? Sentimento indefinito… eppure per questo tuo essere confuso oggi c’è un certo compiacimento. Libero da preconcetti sei pronto anche alle più contraddittorie suggestioni? Da via di Poggio Verde, ecco allungarsi davanti a te quello che i romani chiamano “Serpentone“. Una colata grigia – il corpo centrale – lunga un chilometro e alta 9 piani, sul colle tra la campagna e la riserva naturale della Tenuta dei Massimi, lì dove – ti dicono – sia costretto a fermarsi il vento “Ponentino”. Più di mille appartamenti, oltre 10mila abitanti distribuiti in uno spazio architettonico complesso e idealmente polifunzionale che mirava all’integrazione tra residenti e servizi e alla costruzione di una grande comunità. Sei nella periferia sud-ovest di Roma, al “Nuovo Corviale” tra i più emblematici comprensori di edilizia popolare anni ’70, noto per essere l’ambiziosa ma fallimentare interpretazione romana del palazzo-città primariamente teorizzato dall’architetto francese Le Corbusier. “Un grande paese” ti dice Carlo, oggi mentre ti accompagna.

La sensazione che provi rispetto alla sua stazza può essere la stessa che provava un antico romano di fronte al Colosseo? Costeggi il palazzo, lungo la chilometrica ombra del tardo pomeriggio, e con Carlo discetti di dimensioni e del senso di schiacciamento. “Protagonista prepotente” come l’ha definito il suo stesso architetto Mario Fiorentino, lo stesso che progettò il monumento ai martiri delle Fosse Ardeatine: “La sua stessa scala, il suo proporsi con questa sua monumentalità e con questa sua prevaricazione sul paesaggio, sono delle cose non casuali per Roma, ma hanno dei ricordi molto precisi nella storia di questa città“.


Carlo snocciola racconti di vita. Eccolo nell’inverno del ’77, tre anni dopo la posa della prima pietra, il 12 maggio del ’75: a vent’anni stava sui tetti del Serpentone a stendere catrame, “pensavo di costruire uffici per l’aeroporto. Veniva dalla periferia opposta della città, da Tiburtino, e allora non immaginava che tempo quindici anni a Corviale avrebbe trovato casa. “Non volevo venire a vivere qui, ma c’è capitata un’occasione…“. 

Ti piace perderti per i corridoi dalle geometrie ripetitive, affacciarti dalle terrazze o salire e scendere le gradinate dei “teatri” all’aperto o costruiti dentro le sale predisposte per le assemblee? Vuoi raggiungere un quarto piano, quello che doveva ospitare negozi e che invece è stato occupato. Aspettate il turno davanti all’unico ascensore lì funzionante. Con la biblioteca, i servizi sportivi, gli uffici pubblici… ora la situazione è migliorata, prima neppure l’autobus arrivava – spiega Carlo – qua è sempre mancato il controllo quindi ognuno ha sempre fatto come poteva. Come voleva“.


Paradossale: contenitore di decine e decine di storie cresciute ai margini, e allo stesso tempo desiderose di esocizzare il senso di straniamento con qualsiasi risorsa a disposizione. Carlo fa cenni a chiunque incontriamo anche se ammette “non conosco i nomi ma di vista qua tutti ci conosciamo“. Oltrepassate un soggiorno sul prato, una poltrona di pelle accanto a delle sedie e a una panchina… 


Ogni scorcio di questo paesaggio urbano è come una sirena al tuo occhio. Ogni dettaglio sembra significare, e tu sei al centro di un gioco di diagonali e proiezioni orizzontali e verticali…


e visioni speculari di enigmatica forza.

Corviale è  come un guscio pesante, che dentro nasconde vita. Quando vieni a Corviale l’imponenza della sua struttura ti distrae dal resto“. Saluti Carlo, che rientra nel ‘guscio’, e tu te ne vai.

* Le foto sono state realizzate tra il 2011 e il 2014

+Sa

1 risposta

  1. Ellen Roß

    Mi piace molto questo articolo, noi qui in Germania stiamo allestendo una piccola mostra su Corviale e non è facile trovare tra tutti i commenti sensazionalistici – droge! degrado! criminalità! – delle voci così equilibrati. Grazie mille Ellen

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