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La versione di Roby

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre tra una stella cadente e l’altra finché non precipito”. 
Avresti voluto conoscerlo dal vivo, Kerouac. Nessuno meglio di lui riesce a dare voce alla confusione, sentimento molesto che da sempre ti accompagna: se di giorno sei felice, di notte fai gli incubi. Viceversa, se di giorno ti senti giù, la notte ha in serbo per te bellissimi sogni.
Prima di entrare a Palazzo Braschi, sospiri un po’ di fronte a Pasquino, statua “parlante”. Lui, di certo, non era confuso: per secoli il popolo ha protestato contro l’amministrazione romana e il papato per suo tramite.
 

Oh, meraviglia! Nemmeno metti piede nel palazzo che subito ti accoglie il battesimo di Cristo, sotto forma di magniloquente scultura. Oh stupore, che ti fai vivo di fronte alla scalinata del Valadier e agli stucchi che ricoprono le volte di quello che dal 1952 è il Museo di Roma
E pensare che, dopo la I Guerra Mondiale, qui trovarono rifugio trecento famiglie di sfollati, che vivevano le une incollate alle altre. 
 
Le pregiate mura del palazzo testimoniano la presenza di Luigi Onesti, nipote di Papa Pio VI, e del suo segretario, quel Vincenzo Monti che tradusse l’Iliade e l’Odissea.
La loro impronta è visibile ovunque: basta alzare gli occhi e commuoversi di fronte al pathos che trasuda dalla furia di Achille per la morte dell’amato Patrocolo.
Lontani ricordi da liceo classico si fanno improvvisamente vivi di fronte a tanto neoclassico biancore.
 
Ma avventure più moderne ti attendono ai piani superiori, a partire dalla portantina con cui Luigi Onesti Braschi veniva trasportato da un luogo all’altro della città.
 
Rimani colpita dalla bambina dipinta dal pittore inglese Joshua Reynolds. A fine ‘700 (e non solo) Roma era infatti la meta prediletta dagli artisti europei, che vollero farsi ispirare dalle sue sconfinate bellezze. Come non ricordare Goethe, che della capitale si portò dietro l’eco per tutta la vita?
 
Salve Corilla! Così ti facevi chiamare, Madame de Staël, coraggiosa poetessa amante dell’Arcadia. Coraggiosa perché sfidasti il maschilismo del’epoca, ottenendo per prima un riconoscimento d’eccellenza letteraria . Persino Pasquino si scomodò contro di te e io ti ammiro ancor di più.
 
Ci sei anche tu, Canova? Ecco il gesso che servì per il tuo autoritratto. Il tuo volto è pieno di fori, frutto di quegli spuntoni di ferro che servivano a proiettare le proporzioni dal calco alla statua finale.
 
Ecco il ritratto della famiglia Vitali, uno dei tuoi pochissimi dipinti.
 
Di fronte a te, adesso, una folla di donne che protesta contro la poligamia, proponendo la poliandria come sperata alternativa. Non sai se il quadro rappresenti o meno qualcosa avvenuto nella realtà.
 
Dal Campidoglio passi al Pantheon di Ippolito Caffi e alle orecchie d’asino: così i romani chiamarono i campanili del Bernini, rimossi poi con l’Unità d’Italia.
 
Grazie a Caffi ti immergi in un altro amato paesaggio: il Parco degli Acquedotti. Ti chiedi come  gli sia stato possibile rappresentare la luce con questa precisione.
 
Prosegui e ti trovi di fronte ai giochi popolari inaugurati per l’accoglienza di Cristina di Svezia, convertitasi al cattolicesimo. 
 
Che dire della Sala Rospigliosi? Una serie di quadri rappresenta lo stesso bambino ma agghindato in modi diversi. E così vieni a scoprire che si trattava del nipotino di quel Giulio Rospigliosi divenuto Papa nel 1667.
Pare che il pontefice amasse il teatro e per questo fece travestire il piccolo parente, poi ritratto più volte.
 
Poco dopo incontri la principessa Elisabetta Brancaccio con i figli nel giardino del palazzo, dipinto di Francesco Gai; e ti pare di essere lì con lei…
 
Ma adesso ti raggiungono le note dei Pink Floyd,provenienti da una piazza Navona in fermento. Abbandoni il museo e ti dirigi all’aperto, dove ti aspettano la band e un vento freddo. E sulle note di Shine on You Crazy Diamond, ti abbandoni a quella che piano piano è diventata un’estatica malinconia…
 
 
rob.isceri@gmail.com
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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