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La versione di Roby
[Ancora arte? Sì, ancora arte. Perché lei, come un’ingenua e terribile creatura, nasce dall’amore o dalle scorie emotive di chi si azzarda a creare. La domanda è: curarsi con l’arte? O guarire dall’arte?]
Oggi vai alla Gnam, la Galleria Nazionale d’ Arte Moderna e Contemporanea di Roma, sapendo di non avere molto tempo a disposizione. Ecco allora che ti soffermi su ciò che ti colpisce per primo, di sala in sala.

Anche questo è un modo di andar per musei, soprattutto se si è consapevoli di essere portati all’approfondimento e alla lettura pedissequa delle didascalie. Una scelta, quindi, si rende necessaria: sarà il tuo cuore a guidarti.

Quella che segue, quindi – lungi dall’essere un trattato sull’arte tra ‘800 e ‘900 – è una selezione sentimentale, soggettiva, delle opere che risuonano dentro di te come moniti, ricordi o speranze.

Intanto, appena entri, non puoi fare a meno di scattarti un odioso selfie sul pavimento di “Passi”, l’installazione permanente che ha lo scopo di avvicinare il visitatore all’arte. E in effetti ti ritrovi a girare tra le bianchissime statue con una sorta di senso di colpa. Un esempio di come le opere possano scuotere da alcuni atteggiamenti troppo per bene.
Io sul pavimento dell’installazione
Ti avvii preoccupata per i corridoi: ci sono decine di stanze e centinaia di opere e temi di non riuscire a concludere la tua visita in tempo (non stavi accennando, prima, al tuo perfezionismo?).
Il primo a colpirti è lui: “Gli emigranti”, dipinto di Angelo Tommasi, risalente al 1896. Troppo semplice spiegare il perché. E allora ti addentri nel quadro, cercando di capire la disperazione disegnata sui volti. Il bisogno. La miseria. La disoccupazione. Ti spiace dover cogliere queste sfumature dal nobile piedistallo su cui ti trovi…
Gli emigranti, Angelo Tommasi (1896)
Eccone un altro: l’“Autoritratto” di Giorgio De Chirico, 1925. Fotografandolo, ti accorgi di due occhi profondamente tristi. Una tua impressione? O l’arte, come dicono in molti, è una proiezione?
L’artista è stato, a tuo parere, impietoso con la propria finisonomia. Ti sembra infatti di essere di fronte a una caricatura o, comunque, a una persona cui la mano creativa non ha voluto risparmiare alcun difetto.
Autoritratto – Giorgio De Chirico, 1925
Più in là, “Il dormiente”, di Arturo Martini. Una scultura dolce, che indica il sonno come pausa dall’esistenza. Una dimensione che ti stupisce da sempre la possibilità, anche immaginaria, di estraniarsi temporaneamente dalla vita. Sì, bisognerebbe avere modo di alienarsi dal proprio corpo e dalla propria mente, qualche volta. Possibilmente con mezzi legittimi.
Il dormiente -Arturo Martini (1921)
Incredibile! A distanza di pochi giorni, ancora loro: Ettore e Andromaca. Li avevi incontrati al Museo Etrusco di Villa Giulia, li incontri nuovamente qui, usciti dal pennello di De Chrico. Inutile: questo è un messaggio per te: sospendere la guerra, tornare a casa.
Ettore e Andromaca – Giorgio De Chirico (1917)
Un’occhiata a Boccioni e al suo “Ritratto del Maestro Busoni”, che oltrepassi stupendoti della tecnica e dei colori.
Scorcio del “Ritratto del Maestro Busoni”, di Umberto Boccioni (1916)
Altra sala, altra epoca: torni indietro nel tempo e parli in silenzio con la ragazza di “Sogni”, splendido dipinto di Vittorio Corcos (1896).
Come recita la scritta, un’“immagine della femminilità al limitare fra i due secoli, fra il sentimentalismo del XIX e la nuova auto-consapevolezza del XX”. Insomma, tu.
Reminiscenze ottocentesche scorrono inconsciamente nelle tue vene…
Sogni – Vittorio Corcos (1896)
A partire da adesso, assocerai all’Ottocento, a Balla e a De Nittis il colore lilla.
Una delle sale della galleria
Adesso sei a cavallo tra i due secoli, quando si tornò ai miti classici per sopperire alla decadenza morale e politica del tempo. Via allora ai possenti nudi di Caino e – in contrasto con lui – dell’umanità intera contro il male!
L’umanità contro il male – Gaetano Cellini (1908)
Un altro salto temporale, questa volta in avanti, e sei di fronte al celeberrimo “Le tre età della donna”, di Gustav Klimt (1905). Sai cosa ti colpisce di questo dipinto (a parte la bellezza)? Che è leggibile sia da destra a sinistra che da sinistra a destra.

Il percorso della donna, quindi, non è rappresentato solo da infanzia, età adulta e vecchiaia: è anche eterna rinascita. Come disse Milton Erikson, “si è sempre in tempo per avere un’infanzia felice”.

Le tre età della donna – Gustav Klimt (1905)
No, non ti fa cambiare idea “La vecchia” di Ivan Meštrović (1906). Anzi, è lei la tua messaggera divina…
La vecchia – Ivan Meštrović (1906)
L’amore, come a Villa Giulia, torna potente, nella figura  dei “Congiunti al di là” di Paul Albert Bartholomè (1891-1899). Le mani, come quelle del Sarcofago degli sposi, sono intrecciate, a significare che non c’è epoca che non conosca l’affetto coniugale.
Ma l’uomo e la donna stanno dormendo o sono morti? I loro occhi chiusi hanno un che di metafisico, come Il Dormiente di prima…
“Congiunti al di là” – Paul Albert Bartholomè (1891-1899)
Ancora Balla, con l’inquietante trittico mendicante-pazza-malati. E poi Van Gogh, con il suo contadino, e il ritratto di Giuseppe Verdi, di Giovanni Boldini. Fino al salone dedicato all’arte futurista e a quello strano connubio tra arte e guerra. Ambiguità.
Ami la tecnica dei Futuristi, che hai sempre associato a un manipolo di folli geniali. Ma queste opere ti inquietano.
Opere futiriste
La fretta adesso è conclamata. Corri guardando con un occhio colpevolmente fugace, ma potentemente attratto: “La festa dei Moccoletti” di Ippolito Caffi (1852), “Ludovico Martelli ferito a morte in duello abbraccia Maria de’ Ricci” di Francesco Coghetti (1848), la “Cleopatra” di Alfonso Balzico (1874), “Laura Sanfelice in carcere” di Gioacchino Toma (1874).
Le colossali statue di Canova. Che fanno da cornice alla presentazione di un libro. Non sai perché ma in questo esatto momento ti sembra di essere una comparsa di “Eyes Wide Shut”. Una sensazione da approfondire. Ma la fretta…
Le statue di Canova
rob.isceri@gmail.com
 

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