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La versione di Roby

Una mattina decidi che è ora di muoversi un po’: anni di pigrizia sulle spalle hanno arrugginito il tuo (seppur giovane) corpo. Opti per il Parco della Caffarella, complice la presenza rassicurante di tuo fratello. Sì, perché questo squarcio immenso di verde in piena metropoli, purtroppo, ha fatto ultimamente da cornice a qualche episodio di violenza sessuale. Detto questo, vale certamente più di una visita.
Se entri dall’ingresso di Via Appia Antica, ti ritrovi all’improvviso in piena campagna, una visione insolita per chi è abituato alla vita di città e ai suoi parchi ben ordinati. Non è raro posare i piedi su campi arati e camminare col terrore di essere impallinato da qualche contadino inferocito.
Le canne ai lati dei sentieri creano, in alcuni punti, tunnel fitti di vegetazione e tu, un po’ come Alice nel paese delle meraviglie, ti chiedi cosa ci sia dietro l’angolo. Qui, a differenza delle splendide Villa Pamphili e Villa Borghese, la natura è selvaggia e stimolante. Ecco allora che talvolta ti muovi guardingo, talaltra ti imbatti in un insospettabile monumento, come il sepolcro di Annia Regilla, che campeggia solitario dietro a un cancello di ferro. Non sai se ti stupisca di più questa visione (sono una fautrice delle visite improvvisate e prive di preparazione) o la presenza di una mappa tattile che spiega anche ai non vedenti la storia della magnifica tomba. Come a dire che selvaggio e organizzato possono convivere armoniosamente.
Ѐ a questo punto che la voglia di proseguire vince su qualunque diffidenza. La determinazione paga, in questo caso con l’aprirsi di campi sterminati e rovine romane sparse qua e là come pietre sacre. Informandomi successivamente sulla valle della Caffarella, scopro che fu teatro di miti e leggende e che la parola “sacro” non arriva dunque a caso da qualche angolo della mente.
Prima di raggiungere la chiesa di Sant’Urbano, ti viene la voglia di attraversare l’ingresso magico di un rudere che non sai (beata ignoranza!) a cosa attribuire e che domina la vallata dalla cima di una collina. Ed ecco che ti trovi ricongiunto alla storia in un secondo. Nonostante le dimensioni ridotte, superi l’ingresso in punta di piedi, quasi spaventato all’idea di essere risucchiato in un altro mondo.
Le tue gambe stanche ti portano poi ad attraversare agresti ponticelli sotto cui scorre il fiume Almone, che la sporcizia dell’uomo ha rovinato in alcuni tratti, mentre altri hanno ancora il sapore della natura incontaminata. E mentre si avvicina il suono delle campanelle di placidi ovini, ti accorgi che è davvero troppo tardi, che ti occorrerebbe altro tempo per raggiungere i molti punti ricchi di storia e mistero.
Rimandi alla prossima volta, grato, intanto, per tutte le sfumature di verde delle molte specie botaniche e per il silenzio che solo chi vive in una grande città può apprezzare in tutta la sua bellezza.
 
rob.isceri@gmail.com

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