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La versione di Roby

Eri giù. Sì, eri. Chiedi venia al malumore ma ti è impossibile mantenerlo con tutto questo sole, in una Piazza del Popolo gremita di gente e di opere d’arte uniche al mondo.
«Può essere» – è così che rispondi a quella fastidiosa vocetta interna che ti ammonisce, ricordandoti che tutto questo non può accantonare per sempre il tuo pessimismo cosmico. Sarà, ma a te non importa (del resto anche i saggi del lontano Oriente insistono sul qui e ora).
Intanto che ne dici di entrare in Santa Maria del Popolo, la cui facciata bianchissima riflette i raggi di un sole prepotente?
 

È bellissimo scoprire l’origine delle cose. Come il nome della chiesa, per esempio: forse dovuto ai pioppi (populi), numerosi in quella che prima era aperta campagna; o, più probabilmente, al popolo, che pagò la chiesa di tasca sua. 
Eccolo lì, il primo grande artista di oggi: Gian Lorenzo Bernini.
 
Che poi questa chiesa (pochi lo sanno) venne eretta per sradicare il ricordo di Nerone, considerato una specie di anticristo.
Nel 1099 si pensava infatti che il fantasma del malvagio imperatore aleggiasse qui intorno, a causa del mausoleo dei Domitii Ahenobarbi (dov’era sepolto), che un tempo sorgeva proprio accanto alla Porta Flaminia.
Ecco il secondo, immenso artista: Caravaggio. Due suoi quadri (originali!) sono custoditi proprio qua dentro: la Crocifissione di San Pietro … 
 
… e la conversione di San Paolo. 
 
Piazza del Popolo, piazza di esecuzioni. Qui i Papi ordinavano svariate mazzolature: in pratica si uccideva il condannato percuotendogli più volte la testa con un maglio. Ti vengono i brividi al pensiero… 
E ti viene in mente l’ottocentesco detto popolare “quando Mastro Titta passa il Tevere sono guai”. Il lavoro d’er boja de Roma non era certo tra i più nobili… 
 
Ti consoli guardando la piazza, dominata dal tema del doppio: di fronte a te hai le chiese gemelle, dietro due cappelle identiche, intorno le statue delle quattro stagioni, poste a due a due, una di fronte all’altra. E le fontane con la dea Roma e Nettuno… 
Troppe le cose da contare, mentre tu sei impaziente di incontrare lui, il terzo meraviglioso artista di oggi: Antonio CanovaPer farlo, ti dirigi verso lo spettacolare Caffè Tadolini, un tempo atelier dello scultore.
 
Canova è il tuo consolatore. Anche lui schivo e malinconico, eppure intraprendente. Il giovane Antonio crebbe col nonno, che se da un lato gli fece conoscere l’arte, dall’altro lo mortificava spesso e inutilmente. 
 
Sei forse nel ristorante-caffè più bello di Roma, circondata da immensi calchi di gesso che servirono a Canova e Tadolini, suo allievo, come modelli per le loro statue. 
È un luogo di una bellezza mozzafiato, questo. Un groppo ti sale alla gola, mentre pensi all’arte, alla passione e alle fatiche. All’entusiasmo, infine, motore di tutto.
 
Senti forte la presenza degli artisti. Talmente forte che si narra che anche qui si aggirino fantasmi. Il gestore del ristorante ti racconta infatti che una delle dipendenti criticò una statua di Tadolini e che il pianoforte si mise a suonare da solo. 
Ti racconta anche che la moglie dell’allievo prediletto di Canova era una cartomante dalle capacità predittive uniche. E che una coppia di ghost hunters, qui a cena, rilevò una volta strane presenze.
 
Devi purtroppo salutare gli artisti neoclassici e i fantasmi, che sotto sotto speravi di incontrare. Saluti anche la statua posta all’esterno del caffè, un po’ ridicola rispetto a quelle appena viste. 
Così ridicola che da tempo immemorabile le è stata affibbiata la nomea di babbuino. Di qui, il nome della via che oggi ti ha accolto con le sue meraviglie: Via del Babuino.
 
rob.isceri@gmail.com

+Roby 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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