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La versione di Roby

A Roma trovi il mondo. Letteralmente. Non solo perché città multietnica (e in cui l’integrazione è più palpabile che altrove) ma anche in quanto produttiva fucina di eventi che ti trasportano in altre terre.
Per esempio, si può andare in uno dei suoi splendidi parchi e sentirsi in Brasile? Sì, se a Villa Celimontana si sta esibendo il jazzista samba Jim Porto, nell’ambito del Festival della letteratura di viaggio.

È a quel punto che ringrazi il cielo di vivere nella capitale. Anzi, lo fai non appena metti piede nel parco, il cui ingresso, per l’occasione, è fiancheggiato da candele che gli conferiscono un’atmosfera romantica.
Ti siedi per ascoltare una manciata di intellettuali che disquisiscono sull’evoluzione del Brasile e sulle sue bellezze naturali ma tu sei pressato dalla fretta di sentire il grande musicista e la sua band. E capisci che non c’è nulla di peggio delle troppe parole spese per spiegare il cuore del Paese sudamericano, quando invece la musica arriva dove deve arrivare senza troppi preamboli.
C’è molta umidità e dalla terra si sollevano odori da sottobosco. Di fronte a te, alberi illuminati di verde si stagliano contro le pareti della villa, mentre la voce dei conferenzieri diventa un sottofondo non troppo monotono, data la tua impazienza e quella della presentatrice che non sa come bloccare domande e risposte che si rincorrono a vicenda.
Dopo tante chiacchiere e spiegazioni accademiche, finalmente irrompe sul palco Jim, un uomo con l’energia di un uragano e il carisma tipico dei brasiliani. Nessun luogo comune, solo le sue dita che si accavallano a una velocità sorprendente sul pianoforte e una voce che, accompagnata da basso, tastiera, chitarra elettrica, batteria e fisarmonica, produce magia pura. 
 
 
Intanto il diaframma e il petto si dilatano all’ascolto e tu saresti pronto a ballare il samba come le poche brasiliane presenti alla serata, se solo sapessi muoverti ad arte. Brividi lungo la schiena e il cuore che assorbe tutta quell’energia e quasi esplode senza lasciare tracce della stanchezza di poco prima. Per circa un’ora, il Celio sembra Bahia e alla fine della strabiliante performance (come ce ne sono poche nel panorama musicale odierno) ti alzi con le endorfine gioiosamente impazzite, dimenticandoti di essere a Roma.

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